INTERVISTA ESCLUSIVA A MONS. DARIO EDOARDO VIGANO', DIRETTORE DEL CENTRO TV VATICANO

MONSIGNOR VIGANO' CON CAROLINA CRESCENTINI

LA TV DEL PAPA OFFRE IMMAGINI DI FEDE E STORIA PIU' CHE SPETTACOLO: 
"LA CHIESA NON DEVE DIVENTARE UN MUSEO, SEMMAI UN OSPEDALE DA CAMPO" 


Di Gabriella Sassone per Affaritaliani.it


La Chiesa cattolica per la sua missione ha sempre dato  grande importanza alla comunicazione e alle sue forme. Il 12 febbraio del 1931 il Papa Pio XI inaugurò con l’inventore Guglielmo Marconi la stazione della Radio in Vaticano con un messaggio al mondo. L’Osservatore Romano, organo ufficiale, ha un secolo di vita. Il primo numero vide la luce nel 1861, il giorno dopo la nascita del Regno d’Italia. Non si poteva ignorare la televisione. Ed ecco CTV, il Centro Televisivo Vaticano, la televisione del Papa. Anche i Vescovi italiani hanno la loro tv: TV 2000.
Due mezzi in espansione: il CTV nel mondo per trasmettere immagini di fede e fissare la cronaca che diventerà storia, TV 2000 alla ricerca di temi più ampi, di attualità, di dibattiti, oltre alla trasmissione della Messa, delle recite del Rosario da Lourdes, dall’offerta di vecchi film. Nei giorni scorsi il segretario generale della Cei (Conferenza Episcopale Italiana), l’ultradinamico vescovo Nunzio Galantino, che ha assunto reali compiti esecutivi, ha presieduto un convegno a Milano, dopo la nomina di un direttore generale nella persona dell’esperto Paolo Ruffini, già direttore di Rai Tre e poi di LA7.
Dirige CTV  Dario Edoardo Viganò, un sacerdote nato a Rio de Janeiro che ha appena superato i 50 anni, che ama il cinema, che insegna nelle università le tecniche della comunicazione, il linguaggio delle immagini, la dinamica delle riprese televisive e che per le sue competenze fa parte di diversi organismi culturali, scientifici nazionali e internazionali. Se noi giornalisti abbiamo potuto descrivere eventi eccezionali, di grande significato e di intensa emozione, lo dobbiamo al CTV. “Abbiamo la responsabilità di essere il CTV, titolari esclusivi per riprendere il Papa e offrire le immagini a tutto il mondo. Cerchiamo di  realizzare un racconto caleidoscopico. Ogni giorno, ogni sera possiamo raccontare tutto quello che avviene, come ci compete”, dice subito Monsignor Dario Viganò.
Un compito non facile?  
“Il modo specifico per presentare un evento ecclesiale è  raccontarlo, puntando alla semplificazione. Noi non presentiamo gli altri avvenimenti religiosi e spirituali, come se fossimo in un campo da gioco dove si confrontano due squadre delle quali una vince e una perde, ma come un momento specifico ecclesiale in cui ciascuno, a partire dalla propria esperienza, dal proprio vissuto, dalla propria formazione,  si pone in ascolto di ciò che lo Spirito chiede alla Chiesa oggi, per poter essere fedele al vangelo, alla tradizione, al Magistero”. 
E’ così che vuole Papa Francesco?
“Anche noi nella nostra professione sentiamo la necessità che la Chiesa non diventi o non si riduca a museo, ma sia piuttosto, come ci ricorda Papa Francesco, un “ospedale da campo”, dove si possono curare i casi difficili. Quando arriva un infermiere in un ospedale da campo la prima cosa che fa è suturare le ferite profonde. Non si mette davvero a fare l'esame dei trigliceridi, del colesterolo o altro. Questo semmai lo farà in un altro momento. Noi  in televisione possiamo mostrare la vicinanza, la cordialità, l'affetto del Vangelo con le situazioni e le relazioni ferite”.
CTV, dunque, che strumento è? 
“CTV ha un compito molto preciso: raccontare i gesti e le parole del Papa, rendendo questo racconto disponibile per il mondo intero. Non allestiamo alcuna “messa in scena”. Ci sono codificate. Ad esempio, la Messa, con un codice molto strutturato. Di conseguenza il nostro stile di regia è quasi interamente  prefissato. Ci sono invece momenti in cui possiamo dare più voce a una piazza più ampia, più larga. In questo ultimo anno e mezzo abbiamo usato molto camere di ripresa, “cigni”, “cicogne”, grafici, grafiche, grandangoli, in modo da poter quasi accarezzare il popolo variegato, dai colori diversi, che viene da tante parti del mondo. Come se, in qualche modo, potessimo volteggiare su queste persone, spalancando  il Colonnato del Bernini, quasi una forza centrifuga per un popolo che si è posto in ascolto della Parola del Signore e del Magistero del Santo Padre”. 
Chi sono i protagonisti? In tutto questo c’è una scelta di fondo?
“Da una parte il Papa, dall’altra la gente. A volte scegliamo delle inquadrature che mirano a restituire la caratteristica propria del Papa. Ad esempio, poniamo una telecamera a fianco e dietro al Papa per restituire allo spettatore non solo lo sguardo della gente verso il Papa ma anche del Papa verso la gente. Così dall’incrocio degli sguardi nasce l’incontro, la reazione. Questa è spettacolarizzazione? E’ spettacolo? Non credo: è mettere la tecnologia, lo strumento televisivo al servizio di quello che abbiamo indicato essere la missione di Papa Francesco”.


MONS. VIGANO' CON CARLO VERDONE

La cura delle immagini può essere trascurata?
Talvolta scegliamo anche di curare le immagini. Nell’incontro nei Giardini vaticani con Simon Peres e Abu Mazen, abbiamo messo un operatore, una telecamera nel pullmino dove  erano gli interlocutori non per sentire quello che si dicevano ma per respirare l’aria, l’atmosfera. Anche questo non è spettacolo ma è la responsabilità di consegnare alla storia alcuni momenti davvero straordinari. Abbiamo fatto anche un controcampo. Abbiamo dovuto disseminare i giardini di antenne per non perdere il segnale. Al di là della complessità tecnica, la difficoltà stava nel riuscire a fare le riprese dall'esterno attraverso i giardini, anzi che dentro. Questo non credo che sia spettacolo. Sapevamo di avere la responsabilità di consegnare alla storia alcuni momenti davvero straordinari”.
Nel panorama delle produzioni televisive, il  CTV come si pone: arriva in Cina, in India, nel Nord e Sud America?
“Abbiamo due tipi di circuiti e dobbiamo distinguere tra eventi live e news. Alcuni eventi vanno in Mondovisione. Non ci sono problemi: via satellite distribuiamo a tutti e chiunque vuole può farne uso. Per quanto riguarda la distinzione fra live e news generalmente lavoriamo attraverso due satelliti che sono sempre pronti (e uno di loro lo consideriamo di 'contribuzione') e raggiungiamo tutta l'Europa, il Medio Oriente e  il Nord America (ma con una diversa compagnia televisiva, perché lì non abbiamo una copertura satellitare continua). Però ci sono alcuni eventi live che possono interessare molto il Sud America, perché il Papa è argentino, dunque affittiamo un terzo satellite. Nel Sud America usiamo il satellite di 'contribuzione' in testa che copre le tv e i broadcast nazionali e internazionali. In Italia ovviamente abbiamo un rapporto privilegiato sia con le reti pubbliche e private che con TV 2000 e Telepace”.
Dimensioni mondiali, dunque?
“Per le news, riprendiamo tutto ciò che fa il Papa: gli incontri, i Presidenti di Stato, i diplomatici, i gruppi, i profughi. Riprendiamo per documentazione e ne selezioniamo una parte che distribuiamo. In definitiva, il nostro è un Centro di produzione piccolo ma idealmente è la TV più grande del mondo. Per le canonizzazioni di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II abbiamo lavorato su quattro satelliti”.
Monsignore, quale è la sua opinione sulla formazione nel mezzo televisivo oggi?
“La televisione sta cambiando molto, sia in termini di produzione che di fruizione. Anche noi dobbiamo calibrare gli investimenti tecnologici in vista di  quello che dovrà divenire la televisione. In generale, penso che molto ci sia ancora da fare in termini di educazione basilare. Vi sono corsi a macchia di leopardo nelle scuole di “middle education”, che andrebbe valorizzata di più. Ci sono incontri e stages organizzati da diverse strutture. A mio parere, più che una educazione sulla fruizione, si dovrebbe prendere coscienza dei processi che avvengono mentre si fruisce un evento. Oggi ormai si ascoltano i telefonini  e gli smartphone. La televisione è vista meno in generale. Piuttosto si selezionano programmi e al loro interno segmenti particolari, che si riaprono e si richiudono”.
Ritiene che i talk show abbiano fatto il loro tempo?
“Un po' è vero, nel senso che ormai la televisione oggi fatica molto a reinventarsi. I ragazzi vedono in anticipo sul proprio cellulare le “web series”  americane perché la tv è ormai pensata su modelli di un pubblico che ancora c'è ma che lentamente sparirà. E forse anche i talk show verranno meno. Vi sono poi delle cose che depongono sempre molto bene e mi riferisco ad esempio a serie come quelle del “Commissario Montalbano” e del “Don Matteo” che sono strutture narrative molto semplici e il loro pubblico non è solo di persone anziane ma anche di giovani. Forse anche perché sono in prime time, e i ragazzi la sera, dopo l'università, non vogliono impegnarsi troppo. Ma un conto è lo strumento che ti coccola e ti vuole fare riposare, un altro conto è la volontà dei ragazzi di essere lori stessi protagonisti e magari nel pomeriggio preferiscono scaricarsi le “web series” americane”.
In conclusione che qualità esprime il piccolo schermo?
“Io credo che oggi abbiamo troppi canali e troppi pochi contenuti, e quindi avremo certo differenziazioni di qualità. Penso ai nuovi schermi ricurvi per i 4K e lì si svilupperanno contenuti legati all'arte, alla cultura, di grandissima qualità e definizione. Poi ci saranno contenuti più comuni e di consumo immediato con una definizione meno alta e anche nella confezione più semplice. Andiamo verso una tv non sempre uguale ma con precise differenze”.


MONS. VIGANO' CON PAPA FRANCESCO


MONS. VIGANO' IN SALA REGIA DEL CTV







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